giovedì 30 settembre 2010

Commentario sul Sutra del Cuore Part II








Il Sutra del Cuore della Grande Saggezza che-va-oltre

Il Bodhisattva Avalokita

immerso nella profonda Saggezza che-va-oltre,

vide la natura vuota dei cinque aggregati,

superando così ogni dolore.

- O Shariputra, la forma non è diversa dal vuoto,

il vuoto non è diverso dalla forma.

La forma è vuoto, il vuoto è forma.

Così anche per sensazioni, percezioni, tendenze e coscienze.

O Shariputra, tutti i fenomeni sono per natura vuoti:

mai nati né estinti; mai impuri né puri;

mai crescenti, né decrescenti.

Perciò, nel vuoto, non ci sono

forma, sensazione, percezione, tendenza, coscienza;

né occhio, orecchio, naso, lingua, corpo, mente;

né colore, suono, odore, sapore, contatto, idea.

Non c'è regno visivo, e così via fino alla coscienza mentale.

Non c'è ignoranza, né la sua fine e così via

fino alla vecchiaia e morte, né la loro fine.

Non c'è sofferenza, né causa, né estinzione, né Sentiero.

Non c'è conoscenza, né ottenimento.

Poiché nulla vi è da ottenere,

il bodhisattva saldo nella Saggezza che-va-oltre,

vive con la mente libera da ostacoli.

Senza ostacoli non ha timore,

abbandona per sempre le illusioni ed entra nel nirvana.

Vivendo nella Saggezza che-va-oltre, tutti i Buddha dei tre tempi

realizzano la suprema, perfetta illuminazione.

- Sappi, quindi, che la Saggezza che-va-oltre

è il sublime mantra, grande mantra luminoso,

mantra supremo, mantra incomparabile,

capace di dissolvere ogni sofferenza.

E' vero, senza errori.

Recita, perciò, il mantra della Saggezza che-va-oltre,

il mantra che dice:

GATE GATE PARAGATE PARASAMGATE BODHI SVAHA.

GATE GATE PARAGATE PARASAMGATE BODHI SVAHA.

GATE GATE PARAGATE PARASAMGATE BODHI SVAHA.

Andato, andato, andato oltre, andato completamente oltre il risveglio avvenga



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Commentario sul Sutra del Cuore Part I

Il Sutra del Cuore è forse la più celebre tra le preghiere buddhiste. Viene definita come “…una preghiera bellissima” dal Lama Norbu nel film il Piccolo Buddha, di Bernardo Bertolucci.

Noi esseri umani nutriamo la credenza illusoria di possedere un’identità personale unica ed immutabile. Ci illudiamo di avere un’identità personale, di essere una sola persona, di possedere un’unità interiore. Senza accorgerci di essere molte persone differenti, che alimentano al loro interno desideri contradditori.

Gli insegnamenti di molte religioni concordano su questo punto.

È scritto infatti nel vangelo di Matteo: il nome dell’uomo è legione; e gli insegnamenti cabalistici tramandano che l’anima dell’uomo è frammentata…

Solo per citare alcuni esempi.

La distruzione dell’illusione di questa apparente Identità Personale è il messaggio principale del Sutra che ospita un dialogo, che in realtà è monologo, nel quale il Bodhisattva Avalokita si rivolge a Shariputra svelando la natura di questa illusione.



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Commentario sul Sutra del Cuore

Per festeggiare i duecento download del mio nuovo romanzo, che ricordo è possibile scaricare gratuitamente al seguente indirizzo http://www.feedbooks.com/userbook/12705 ho deciso di pubblicare su questo blog un Commentario sul Sutra del Cuore, scritto da me in Aprile. Spero sia un regalo gradito ai miei lettori.
Essendo il Commentario abbastanza lungo, ho ritenuto opportuno dividerlo in più Post.
Vi auguro una buona lettura,
Andrea

giovedì 16 settembre 2010

I ciechi e l'elefante


Al di là di Ghor si estendeva una città i cui abitanti erano tutti ciechi. Un giorno, un re arrivò da quelle parti, accompagnato dalla sua corte e da un intero esercito, e si accamparono nel deserto. Ora, questo monarca possedeva un possente elefante, che utilizzava sia in battaglia sia per accrescere la soggezione della gente.
Il popolo era ansioso di sapere come fosse l'elefante, e alcuni dei membri di quella comunità di ciechi si precipitarono all'impazzata alla sua scoperta.
Non conoscendo ne la forma ne i contorni dell'elefante, cominciarono a tastarlo alla cieca e a raccogliere informazioni toccando alcune sue parti.
Ognuno di loro credette di sapere qualcosa dell'elefante per averne toccato una parte.
Quando tornarono dai loro concittadini, furono presto circondati da avidi gruppi, tutti ansiosi, e a torto, di conoscere la verità per bocca di coloro che erano essi stessi in errore.
Posero domande sulla forma e l'apparenza dell'elefante, e ascoltarono tutto ciò che veniva detto loro al riguardo. Alla domanda sulla natura dell'elefante, colui che ne aveva toccato l'orecchio rispose: "Si tratta di una cosa grande, ruvida, larga e lunga, come un tappeto".
Colui che aveva toccato la proboscide disse: "So io di che si tratta: somiglia a un tubo dritto e vuoto, orribile e distruttivo".
Colui che ne aveva toccato una zampa disse: "È possente e stabile come un pilastro".
Ognuno di loro aveva toccato una delle tante parti dell'elefante. La percezione di ognuno era errata. Nessuno lo conosceva nella sua totalità: la conoscenza non appartiene ai ciechi. Tutti immaginavano qualcosa, e l'immagine che ne avevano era sbagliata.
La creatura non sa nulla della divinità. Le vie dell'intelletto ordinario non sono la Via della scienza divina.

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tratto dal Libro divino di Attar viene spesso usato dai dervisci della 'Via del Biasimo', ed è attribuito a Hamdun il Tintore, che visse nel IX secolo.

mercoledì 15 settembre 2010

L'albero e la foglia


Una foglia ha coscienza di essere parte di qualcosa di più grande?

martedì 14 settembre 2010

Bonsai


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lunedì 13 settembre 2010

Ah sì?


Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu:
«Ah sì?».